L’Emilia Romagna rivede il Piano Territoriale Regionale (P.T.R.)
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urbanistica
Un piano che punta su un sistema di città che esalti vocazioni e talenti
La Regione Emilia Romagna sta mettendo mano al Piano Territoriale Regionale (P.T.R.), approvato nel 1990. Vuole rivedere le proprie strategie territoriali perchè sa di occupare una posizione geografica unica. La Giunta regionale ha dato il via, alle linee d’indirizzo, avviando così un iter di approvazione lungo un anno. Si vuole guidare la crescita regionale in modo “sostenibile”, evitando “compartimenti stagni”. Si presterà attenzione all’ambiente e all’identità territoriale. La regione “alza lo sguardo” per restare in sintonia con un’Europa che dal Baltico alla Catalogna procede spedita. Un programma che può risollevare la credibilità della “politica” come strumento per raggiungere i migliori risultati possibili, in un quadro di risorse sempre più “asciutto”.
IL P.T.R. (previsto dalla legge regionale 20/2000), è un documento di programmazione territoriale con l’ambizione di intercettare la direzione giusta per lo sviluppo economico e sociale. Non inciderà solo sulla fisicità del territorio, ma vuole agganciarsi alla programmazione comunitaria 2007 – 2013. Prima dell’agosto 2008 sono previste conferenze di pianificazione provinciali e comunali, forum tematici rivolti alle forze economiche, sociali e culturali dei diversi territori. Interviene dove già operano strumenti urbanistici, approvati dalle amministrazioni locali. Per questo si dovranno ascoltare le istanze provenienti dai cittadini, con l’ambizione di fare cosa utile al rilancio di un paese oggi in difficoltà, anche per gl’indici elevati di spesa pubblica e tassazione.
DA CENERENTOLA dell’economia italiana, d’inizio secolo, l’Emilia Romagna oggi ha redditi pro capite tra i più elevati. Dispone della migliore rete di servizi per le persone e famiglie, della più alta percentuale di studenti e delle scuole migliori. Merito anche dell’attuale PTR, oramai diciassettenne? Crediamo di si! Città e territori si sono sviluppati, con qualche “sgomitata”, nella logica policentrica. Ciascuno ha valorizzato le proprie vocazioni. La distanza tra la provincia più debole e quella più forte, oggi, è la minore del paese. Si sono rafforzati gli assi pedemontano Parma - Bologna , quello Bologna – Rimini e il triangolo Imola – Faenza – Lugo. Bologna, Modena Parma e Reggio sono nella top ten delle province più produttive. Il sistema degli atenei, in regione, attrae il più alto numero di studenti. Il distretto turistico romagnolo è primo in Europa. Il porto di Ravenna tra i primi del paese. Per ottenere risultati ancora migliori “si devono superare le rivalità territoriali e fare sistema”.
OCCORRE INVESTIRE sull’innovazione di prodotto e processo, sulla ricerca scientifica, tecnologica e lo sviluppo delle risorse umane. Servono finanziamenti e nuove idee per mitigare il disagio sociale, curare l’ambiente, ottimizzare la logistica, le reti e la sicurezza. Diventa poi indispensabile comunicare meglio e aprire nuovi mercati internazionali. I migliori risultati si otterranno con l’ammodernamento degli apparati amministrativi e della governance per condividere i rischi e cooperare di più. Un impegno organizzativo e finanziario che dovrà fare i conti con la crisi della fiscalità e del modello economico “self service”. Per queste ragioni il successo di alcuni assi strategici del nuovo PTR, dipenderà dalla capacità di coinvolgere i diversi attori pubblici e privati.
BOLOGNA “CAPITALE” – Lo sviluppo economico in regione, fin dal dopo guerra, ha puntato sull’affermazione di una rete di città e territori governati secondo una logica policentrica per assicurare crescita urbana e capitalizzazione sociale. Questo ha impedito l’affermarsi di Bologna come “capitale” regionale e di una forte coesione territoriale. Il piano punta su comuni e province in “rete” per avere un “sistema federale delle città e dei territori”. Purchè non diventi un modo per rinviare decisioni indispensabili ai territori! Ad ogni buon conto “si tratta di valorizzare e integrare le vocazioni di ciascuno”. Negli anni la crescita del sistema produttivo ha modificato profondamente le aspettative di welfare dei cittadini. Sono cambiati i concetti di mobilità e le attese abitative delle famiglie.
CERCASI CREATIVI E TALENTI – La regione deve fare i conti col fenomeno demografico che registra un progressivo invecchiamento della popolazione. Nel contempo l’internazionalizzazione delle imprese richiede di mantenere alto il numero di tecnici e figure con forte professionalità. Si tratta di fare in modo che le città e i territori della regione, in un ottica di marketing territoriale, attraggano nuove risorse umane in grado di operare nei settori di valore strategico della scienza della vita, del biomedicale, dei nuovi materiali, dell’ambiente, dell’energia, della meccanica e agro - alimentare. Ma anche in quelli altrettanto importanti del tessile, della nautica, delle arti e della cultura. Per fare questo non bastano opportunità economiche e di carriera. Serve un ambiente culturale ricco, tollerante, vivace con servizi per le famiglie, strutture ricettive, salubrità dei territori e città accoglienti. Importantissimi saranno le università, i centri di ricerca e i poli per l’innovazione. I territori circostanti gli insediamenti urbani dovranno essere di elevata qualità paesistica e ambientale. Si tratta di arrestare l’avanzata del “cemento” che nell’ultimo quarto di secolo, in regione, ha raddoppiato la superficie ricoperta.
QUALITA’ EDILIZIA E URBANA – Il piano porterà i comuni ad una revisione della pianificazione urbana, insediativa e infrastrutturale per migliorare la convivenza nelle città e nei piccoli centri. Si vogliono contrastare i quartieri artificiali e gli insediamenti ghetto che alimentano povertà urbana. Meglio ricostruire circuiti di comunicazione e di crescita dei valori civili tra la gente. Vanno riconsiderati gl’insediamenti monofunzionali: luoghi dove dormire ed altri dove lavorare, dove spendere, dove divertirsi. Uno schema urbanistico che genera isolamento delle persone, crescita abnorme dei bisogni di mobilità urbana e impoverimento dei valori della famiglia. Molto meglio puntare sulla qualità edilizia a discapito della quantità / densità immobiliare. Il salto di qualità per il nuovo piano deve passere attraverso una maggiore sicurezza urbana. Questo sarà possibile con la riqualificazione delle aree dismesse, ma anche con una viabilità più attenta all’uomo, con percorsi ciclabili urbani ed esterni alle città. La cura del bello, dell’arredo urbano potranno contrastare l’abbandono dei centri ed il degrado delle periferie. Lo stato di sofferenza di molti quartieri richiede attenzione al recupero dei luoghi ora “abbandonati”, che vanno restituiti ai cittadini. Si tratta di mettere al centro le città e i territori come motori di arricchimento umano, di innovazione e sviluppo sostenibile.
*Presidente Asppi di Ravenna e Vice presidente ASPPI Emilia Romagna

































