L'edilizia residenziale sociale è un servizio alla città
—
archiviato sotto:
ediliziasociale
Intervista con l’assessore alla Casa del Comune di Milano, Gianni Verga
Riforma del Catasto, nuova legge di pianificazione del territorio, abbattimento dei costi energetici le sfide del prossimo futuro
Il problema abitativo è uno degli argomenti su cui ha incentrato da sempre la sua attività politica. Parliamo di Gianni Verga, attuale assessore alla Casa del Comune di Milano, e in passato alla guida dell’Assessorato ai Lavori Pubblici ed Edilizia Residenziale prima, e all’Urbanistica e Territorio poi della Regione Lombardia. Verga, ingegnere e docente presso il Politecnico di Milano e l’Università Bicocca, ci ha illustrato le linee adottate nella gestione di una città complessa e articolata come il capoluogo lombardo.
Assessore Verga, anche di recente ha avuto modo di sottolineare le scelte originali che il Comune di Milano sta adottando in materia di Edilizia Residenziale Pubblica. Quali sono i fattori di intervento sui quali ha scelto di focalizzare l’attenzione?
«Il punto di attacco che abbiamo affrontato già negli anni scorsi, sul quale ho lavorato con grande intensità e che è diventato patrimonio regionale e nazionale, è quello di far considerare l’edilizia residenziale sociale un servizio alla città, e quindi di poterla realizzare su aree destinate a servizi. Ciò vuol dire portare vicino allo zero il valore delle aree, e quindi ridurre tutto il peso che sul prodotto finito ha il costo dei terreni. Considerare l’edilizia residenziale sociale come un servizio non vuol dire sostituirla ai servizi necessari alla città, ma aggiungerla ad essi. Quindi bisogna trovare le aree entro gli strumenti di governo del territorio, generali o attuativi, e in questo senso la Regione Lombardia ha legiferato. A partire da una prima legge, sollecitata e condivisa dal Comune e dalla Provincia di Milano, che ha reso possibile realizzare l’edilizia residenziale sociale in aree destinate a servizi, si è arrivati a stabilire un concetto generale: nei piani di governo del territorio, e più in particolare nei piani dei servizi, possono essere individuate le aree per l’edilizia sociale. D’altronde la definizione di alloggio sociale approntata a livello nazionale parte proprio da questo punto, ed è il lavoro che ho sviluppato per tutto il 2007 insieme ai miei colleghi assessori alla Casa delle grandi città. E’ la condizione indispensabile per approfondire tutte le politiche dell’abitare nel nostro Paese. Poi nelle specificità di ogni Comune e Regione bisognerà trovare il modo più congeniale».
«Il punto di attacco che abbiamo affrontato già negli anni scorsi, sul quale ho lavorato con grande intensità e che è diventato patrimonio regionale e nazionale, è quello di far considerare l’edilizia residenziale sociale un servizio alla città, e quindi di poterla realizzare su aree destinate a servizi. Ciò vuol dire portare vicino allo zero il valore delle aree, e quindi ridurre tutto il peso che sul prodotto finito ha il costo dei terreni. Considerare l’edilizia residenziale sociale come un servizio non vuol dire sostituirla ai servizi necessari alla città, ma aggiungerla ad essi. Quindi bisogna trovare le aree entro gli strumenti di governo del territorio, generali o attuativi, e in questo senso la Regione Lombardia ha legiferato. A partire da una prima legge, sollecitata e condivisa dal Comune e dalla Provincia di Milano, che ha reso possibile realizzare l’edilizia residenziale sociale in aree destinate a servizi, si è arrivati a stabilire un concetto generale: nei piani di governo del territorio, e più in particolare nei piani dei servizi, possono essere individuate le aree per l’edilizia sociale. D’altronde la definizione di alloggio sociale approntata a livello nazionale parte proprio da questo punto, ed è il lavoro che ho sviluppato per tutto il 2007 insieme ai miei colleghi assessori alla Casa delle grandi città. E’ la condizione indispensabile per approfondire tutte le politiche dell’abitare nel nostro Paese. Poi nelle specificità di ogni Comune e Regione bisognerà trovare il modo più congeniale».
Lei ha affermato che Milano rappresenta, dal punto di vista urbanistico, una “proposta disciplinare avanzata in continua evoluzione”. Questa proposta può essere presa a modello dalle altre città, magari rielaborandola, oppure sono troppe le specificità di ciascun insediamento urbano, specie se metropolitano?
«Non va presa a modello solo negli insediamenti metropolitani ma, oserei dire, dappertutto. Molto spesso la concentrazione di fabbisogno di edilizia agevolata nelle grandi città è l’esito di fenomeni di conurbazione, che originano in alcuni casi anche dal fatto che sul territorio non si trovano spazi. Nel caso di Milano c’è un fabbisogno consolidato tra i 15 e i 20 mila alloggi di edilizia sociale necessari, però in ogni altro Comune di tutto il nostro Paese c’è sempre bisogno di uno, dieci, cento o mille alloggi. Allora, se questa necessità di alloggi di edilizia pubblica o convenzionata viene affrontata e risolta diffusamente, questo facilita un processo di miglioramento delle condizioni di compatibilità fra ceti sociali. Quindi non si tratta di riutilizzare il modello in modo asettico, ma di reinterpretarlo nelle diverse realtà a seconda di storia, tradizioni, cultura e condizioni economiche».
«Non va presa a modello solo negli insediamenti metropolitani ma, oserei dire, dappertutto. Molto spesso la concentrazione di fabbisogno di edilizia agevolata nelle grandi città è l’esito di fenomeni di conurbazione, che originano in alcuni casi anche dal fatto che sul territorio non si trovano spazi. Nel caso di Milano c’è un fabbisogno consolidato tra i 15 e i 20 mila alloggi di edilizia sociale necessari, però in ogni altro Comune di tutto il nostro Paese c’è sempre bisogno di uno, dieci, cento o mille alloggi. Allora, se questa necessità di alloggi di edilizia pubblica o convenzionata viene affrontata e risolta diffusamente, questo facilita un processo di miglioramento delle condizioni di compatibilità fra ceti sociali. Quindi non si tratta di riutilizzare il modello in modo asettico, ma di reinterpretarlo nelle diverse realtà a seconda di storia, tradizioni, cultura e condizioni economiche».
Le risposte innovative alle esigenze di studenti universitari, giovani lavoratori, coppie e nuovi italiani necessitano di una collaborazione fra pubblico e privato. Quali pensa possano essere le forme di questa intesa, a livello comunale?
«Anche in questo caso le forme sono e devono essere le più diverse su tutto il territorio. Sono i criteri di riferimento ad essere irrinunciabili. Partiamo dal caso degli studenti universitari: la mia proposta in Lombardia è partita prima da loro e poi è arrivata all’edilizia sociale. Per gli studenti, e più in generale per l’edilizia ad uso temporaneo, la collaborazione dei privati è fondamentale, per non dire essenziale, poiché non si pone solo un problema di realizzazione di edifici, ma di gestione di un servizio. In questo caso il ruolo del privato è fondamentale, perché la macchina pubblica di solito è inadeguata alla gestione di servizi nei quali ci vuole molta flessibilità, molta capacità di adattamento, molta capacità di intrapresa. Qui i privati ancor di più possono svolgere la loro funzione, di volta in volta con una formula di tipo cooperativo, come agenzia, sottoforma di società mista. Le fattispecie possibili sono molteplici. Anche qui l’importante è il risultato: mettere a disposizione di studenti universitari, lavoratori atipici, lavoratori con contratti a termine, dipendenti dell’apparato pubblico che si muovono sul territorio, alloggi a prezzi concordati che consentano di stare dentro range di accettabilità rispetto al mercato libero, che deve avere autonomia di azione ma che oggi per le tipologie accennate spesso è assolutamente incompatibile con le possibilità degli utenti. Quindi, convenzioni rigorose, verifiche delle realizzazioni e delle gestioni: il tutto entro livelli di accettabilità. Il rapporto col privato è indispensabile per non costruire inutili e gigantesche strutture pubbliche per la realizzazione e la gestione di questi alloggi, nonché per la capacità di adattamento ai nuovi programmi».
«Anche in questo caso le forme sono e devono essere le più diverse su tutto il territorio. Sono i criteri di riferimento ad essere irrinunciabili. Partiamo dal caso degli studenti universitari: la mia proposta in Lombardia è partita prima da loro e poi è arrivata all’edilizia sociale. Per gli studenti, e più in generale per l’edilizia ad uso temporaneo, la collaborazione dei privati è fondamentale, per non dire essenziale, poiché non si pone solo un problema di realizzazione di edifici, ma di gestione di un servizio. In questo caso il ruolo del privato è fondamentale, perché la macchina pubblica di solito è inadeguata alla gestione di servizi nei quali ci vuole molta flessibilità, molta capacità di adattamento, molta capacità di intrapresa. Qui i privati ancor di più possono svolgere la loro funzione, di volta in volta con una formula di tipo cooperativo, come agenzia, sottoforma di società mista. Le fattispecie possibili sono molteplici. Anche qui l’importante è il risultato: mettere a disposizione di studenti universitari, lavoratori atipici, lavoratori con contratti a termine, dipendenti dell’apparato pubblico che si muovono sul territorio, alloggi a prezzi concordati che consentano di stare dentro range di accettabilità rispetto al mercato libero, che deve avere autonomia di azione ma che oggi per le tipologie accennate spesso è assolutamente incompatibile con le possibilità degli utenti. Quindi, convenzioni rigorose, verifiche delle realizzazioni e delle gestioni: il tutto entro livelli di accettabilità. Il rapporto col privato è indispensabile per non costruire inutili e gigantesche strutture pubbliche per la realizzazione e la gestione di questi alloggi, nonché per la capacità di adattamento ai nuovi programmi».
Un nuovo Governo è al via: su quali aspetti dovrebbe a suo avviso intervenire per migliorare e modernizzare la situazione abitativa in Italia?
«L’intervento più rilevante è quello fiscale. Come prima ho detto in relazione alle aree, di cui bisogna abbattere il costo, altrettanto il problema è legato al fisco. E’ inaccettabile che per realizzare e gestire edilizia sociale si debbano pagare delle tasse. Bisogna muovere da livelli di assoluta e totale esenzione per la realizzazione dell’edilizia pubblica con via via forme di carico fiscale modesto e contenuto per tutte le altre forme di edilizia convenzionata, agevolata, di tipo temporaneo. Abbiamo bisogno che la leva fiscale venga utilizzata, da una parte eliminandone il carico per l’edilizia sociale, ma impiegata anche in modo incentivante per favorire ogni intervento dei privati che è teso alla messa a disposizione di edilizia d’affitto a canoni concordati. Se si rende di nuovo remunerativo, correlandolo ad un mercato calmierato, l’investimento nell’edilizia, diventa possibile la realizzazione di interventi edilizi da parte dei privati, che mettono a reddito le proprie risorse con dei rendimenti correlati a quelli tradizionali di tipo industriale. Allora il privato può essere nuovamente indotto a realizzare edilizia d’affitto con un vantaggio reciproco per la quantità di risorse che possono essere messe a disposizione, e quindi di numero di alloggi realizzati nel Paese, e di fasce di reddito e condizione sociale che si vanno ad interessare. Perché commisurando ed equilibrando i carichi fiscali si riesce a favorire l’intervento anche a seconda dei beneficiari».
«L’intervento più rilevante è quello fiscale. Come prima ho detto in relazione alle aree, di cui bisogna abbattere il costo, altrettanto il problema è legato al fisco. E’ inaccettabile che per realizzare e gestire edilizia sociale si debbano pagare delle tasse. Bisogna muovere da livelli di assoluta e totale esenzione per la realizzazione dell’edilizia pubblica con via via forme di carico fiscale modesto e contenuto per tutte le altre forme di edilizia convenzionata, agevolata, di tipo temporaneo. Abbiamo bisogno che la leva fiscale venga utilizzata, da una parte eliminandone il carico per l’edilizia sociale, ma impiegata anche in modo incentivante per favorire ogni intervento dei privati che è teso alla messa a disposizione di edilizia d’affitto a canoni concordati. Se si rende di nuovo remunerativo, correlandolo ad un mercato calmierato, l’investimento nell’edilizia, diventa possibile la realizzazione di interventi edilizi da parte dei privati, che mettono a reddito le proprie risorse con dei rendimenti correlati a quelli tradizionali di tipo industriale. Allora il privato può essere nuovamente indotto a realizzare edilizia d’affitto con un vantaggio reciproco per la quantità di risorse che possono essere messe a disposizione, e quindi di numero di alloggi realizzati nel Paese, e di fasce di reddito e condizione sociale che si vanno ad interessare. Perché commisurando ed equilibrando i carichi fiscali si riesce a favorire l’intervento anche a seconda dei beneficiari».
Fra i problemi c’è quello della pianificazione e del governo del territorio. Quali ritiene debbano essere le linee guida per legiferare in tal senso?
«Io ritengo che lo schema sul quale aveva già lavorato la legislatura 2001-2006, che era arrivata per la prima volta nel dopoguerra a conseguire il voto almeno di una Camera su una nuova legge di governo del territorio, sia uno schema di riferimento ancora valido. Si tratta di partire da lì, da parte di Governo e Parlamento, e arrivare finalmente – sarebbe la prima volta – a una nuova legge di governo del territorio che deve basarsi su linee guida forti come la perequazione, la compensazione, la possibilità di realizzare infrastrutture e servizi anche da parte di privati in un regime di convenzioni e patti, in un sistema di libertà e responsabilità da parte di tutti gli Enti che devono pianificare a tutti i livelli, a partire naturalmente dai Comuni. Quindi una pianificazione che inizi da concetti forti ma non per piani rigidi, che parta da principi di equità e di solidarietà tra i diversi livelli istituzionali e territoriali, però anche di concretezza operativa. Si tratta di proporre e produrre piani semplici che si attuano in un processo continuo di pianificazione e di governo del territorio».
«Io ritengo che lo schema sul quale aveva già lavorato la legislatura 2001-2006, che era arrivata per la prima volta nel dopoguerra a conseguire il voto almeno di una Camera su una nuova legge di governo del territorio, sia uno schema di riferimento ancora valido. Si tratta di partire da lì, da parte di Governo e Parlamento, e arrivare finalmente – sarebbe la prima volta – a una nuova legge di governo del territorio che deve basarsi su linee guida forti come la perequazione, la compensazione, la possibilità di realizzare infrastrutture e servizi anche da parte di privati in un regime di convenzioni e patti, in un sistema di libertà e responsabilità da parte di tutti gli Enti che devono pianificare a tutti i livelli, a partire naturalmente dai Comuni. Quindi una pianificazione che inizi da concetti forti ma non per piani rigidi, che parta da principi di equità e di solidarietà tra i diversi livelli istituzionali e territoriali, però anche di concretezza operativa. Si tratta di proporre e produrre piani semplici che si attuano in un processo continuo di pianificazione e di governo del territorio».
Lei è stato uno dei protagonisti attivi del Tavolo di Concertazione sulla Casa. Il suo giudizio è stato critico per quanto riguarda i risultati a livello governativo. Ritiene ci siano comunque stati dei lati positivi, e che sia un’esperienza da proseguire in futuro?
«Il Tavolo è stato comunque utile perché ha consentito di lavorare allo stesso momento e con le stesse attenzioni tra Governo, Regioni, Comuni e poi forze imprenditoriali, forze sociali, realtà di categoria. Questo è stato un passaggio proficuo anche perché il problema è molto oggettivo, e quindi si riducono le possibilità di conflittualità ideologica. Il lavoro in sé è importante che venga ripreso, nel senso che si devono introdurre e rendere concreti tutti quegli interventi di cui si è parlato. C’è un problema generale di procedure su cui tutti concordano: non c’è mai stato alcun partito, forza sociale o istituzione che non abbia segnalato la necessità di rivedere le procedure. Oggi siamo in un sistema in cui, da quando si pensa ad un intervento a quando lo si realizza, passano inesorabilmente degli anni. Il mio dispiacimento è che in passato, dopo l’abbrivio dovuto al lavoro dei Comuni, poi non sono arrivati i provvedimenti attesi del Governo. Eppure il Governo avrebbe dovuto approvare entro luglio 2007 il piano nazionale per la Casa. La mia quindi è stata una critica oggettiva. Bisogna, anche riformulando e riaggiornando contenuti e proposte, rendere concreto ed operativo il Tavolo».
«Il Tavolo è stato comunque utile perché ha consentito di lavorare allo stesso momento e con le stesse attenzioni tra Governo, Regioni, Comuni e poi forze imprenditoriali, forze sociali, realtà di categoria. Questo è stato un passaggio proficuo anche perché il problema è molto oggettivo, e quindi si riducono le possibilità di conflittualità ideologica. Il lavoro in sé è importante che venga ripreso, nel senso che si devono introdurre e rendere concreti tutti quegli interventi di cui si è parlato. C’è un problema generale di procedure su cui tutti concordano: non c’è mai stato alcun partito, forza sociale o istituzione che non abbia segnalato la necessità di rivedere le procedure. Oggi siamo in un sistema in cui, da quando si pensa ad un intervento a quando lo si realizza, passano inesorabilmente degli anni. Il mio dispiacimento è che in passato, dopo l’abbrivio dovuto al lavoro dei Comuni, poi non sono arrivati i provvedimenti attesi del Governo. Eppure il Governo avrebbe dovuto approvare entro luglio 2007 il piano nazionale per la Casa. La mia quindi è stata una critica oggettiva. Bisogna, anche riformulando e riaggiornando contenuti e proposte, rendere concreto ed operativo il Tavolo».
Fra le sue proposte, c’è stata quella di seguire il modello tedesco per rigenerare il risparmio legato all’abitazione. Come si può dettagliare nella realtà italiana questo progetto?
«Io credo che sia un modello molto interessante perché garantisce il risparmio quando è finalizzato sia alla realizzazione della nuova abitazione, sia a qualunque intervento di manutenzione, ristrutturazione, riqualificazione di alloggi esistenti, ed è orientato in modo tale che a fronte del risparmio che una persona o una famiglia mettono insieme nel tempo, vi è poi la garanzia di disporre di una quantità doppia o più che doppia di risorse. Anche qui il problema è di assicurarne la fattibilità sul piano fiscale, con agevolazioni adeguate, e sul piano delle garanzie per il risparmio. Da quando ho formulato questa proposta, all’inizio del 2007, essa è diventata ancora più d’attualità perché con la crisi dei mutui, che ha colpito il mondo immobiliare più negli Usa che in Italia, è successo che la credibilità nei confronti del sistema creditizio e dei mutui è caduta a zero. Noi abbiamo bisogno di rigenerare questa credibilità, ma concretamente e non con degli slogan o delle campagne pubblicitarie. Si tratta perciò di costruire dei modelli che vanno adattati alla nostra realtà, perché il processo di risparmio finalizzato all’abitazione è un processo virtuoso: vanno criticati i prestiti sul voluttuario e non su cose concrete come la casa».
«Io credo che sia un modello molto interessante perché garantisce il risparmio quando è finalizzato sia alla realizzazione della nuova abitazione, sia a qualunque intervento di manutenzione, ristrutturazione, riqualificazione di alloggi esistenti, ed è orientato in modo tale che a fronte del risparmio che una persona o una famiglia mettono insieme nel tempo, vi è poi la garanzia di disporre di una quantità doppia o più che doppia di risorse. Anche qui il problema è di assicurarne la fattibilità sul piano fiscale, con agevolazioni adeguate, e sul piano delle garanzie per il risparmio. Da quando ho formulato questa proposta, all’inizio del 2007, essa è diventata ancora più d’attualità perché con la crisi dei mutui, che ha colpito il mondo immobiliare più negli Usa che in Italia, è successo che la credibilità nei confronti del sistema creditizio e dei mutui è caduta a zero. Noi abbiamo bisogno di rigenerare questa credibilità, ma concretamente e non con degli slogan o delle campagne pubblicitarie. Si tratta perciò di costruire dei modelli che vanno adattati alla nostra realtà, perché il processo di risparmio finalizzato all’abitazione è un processo virtuoso: vanno criticati i prestiti sul voluttuario e non su cose concrete come la casa».
Come assessore ha preso posizione contro il fenomeno delle occupazioni abusive degli alloggi, doppiamente grave perché, oltre ad essere un reato, priva di un diritto i legittimi assegnatari. Ha chiesto che il tema non venga trattato superficialmente, magari in campagna elettorale. Quali pensa possano essere gli strumenti per circoscrivere il fenomeno, e ritiene che il ragionamento si possa estendere, in senso lato, anche agli sfratti di abitazioni private per finita locazione o morosità, agevolando il passaggio da casa a casa?
«Innanzitutto è un reato, e come tale deve essere considerato. Secondo, danneggia altri poveri, e c’è un senso di equità che va garantito. Certo, se si perseguisse solo l’occupazione abusiva senza sviluppare politiche di nuova realizzazione d’interventi sarebbe un fatto molto miope. Il rigore che va reintrodotto sul tema delle occupazioni abusive, deve essere correlato alla realizzazione d’interventi. A Milano prima abbiamo costruito i nuovi alloggi, e adesso andiamo all’attacco delle occupazioni abusive in modo sempre più severo, tra l’altro abbiamo steso un protocollo molto vincolante tra Regione, Provincia, Comune, Prefettura e Questura, oltre all’Aler come soggetto interessato. In questo protocollo, utilizzando anche una legge regionale di recente approvazione, noi diciamo che le occupazioni abusive vanno perseguite. Si deve partire con la prevenzione: bisogna fare in modo che non ci siano le condizioni perché gli alloggi vengano occupati. Gli alloggi liberi devono essere sorvegliati o, ancora meglio, riassegnati nel minor tempo possibile. In quelli già occupati bisogna intervenire secondo quanto previsto dalla legge, e quindi liberare da questa piaga il patrimonio pubblico, tenendo conto che in diversi casi queste occupazioni abusive impediscono la riqualificazione di interi quartieri. Quindi sono addirittura un reato triplo. Che questo possa poi estendersi anche al privato, è legato anche ad una condizione di trasparenza: la rigenerazione del mercato delle case d’affitto è un punto fondamentale. Prima di tutto, evitare giustificazioni per un reato di questo genere; secondo, prevenirlo con tutte le forme di azione immediata; terza cosa, quando il reato è consolidato bisogna intervenire duramente»
«Innanzitutto è un reato, e come tale deve essere considerato. Secondo, danneggia altri poveri, e c’è un senso di equità che va garantito. Certo, se si perseguisse solo l’occupazione abusiva senza sviluppare politiche di nuova realizzazione d’interventi sarebbe un fatto molto miope. Il rigore che va reintrodotto sul tema delle occupazioni abusive, deve essere correlato alla realizzazione d’interventi. A Milano prima abbiamo costruito i nuovi alloggi, e adesso andiamo all’attacco delle occupazioni abusive in modo sempre più severo, tra l’altro abbiamo steso un protocollo molto vincolante tra Regione, Provincia, Comune, Prefettura e Questura, oltre all’Aler come soggetto interessato. In questo protocollo, utilizzando anche una legge regionale di recente approvazione, noi diciamo che le occupazioni abusive vanno perseguite. Si deve partire con la prevenzione: bisogna fare in modo che non ci siano le condizioni perché gli alloggi vengano occupati. Gli alloggi liberi devono essere sorvegliati o, ancora meglio, riassegnati nel minor tempo possibile. In quelli già occupati bisogna intervenire secondo quanto previsto dalla legge, e quindi liberare da questa piaga il patrimonio pubblico, tenendo conto che in diversi casi queste occupazioni abusive impediscono la riqualificazione di interi quartieri. Quindi sono addirittura un reato triplo. Che questo possa poi estendersi anche al privato, è legato anche ad una condizione di trasparenza: la rigenerazione del mercato delle case d’affitto è un punto fondamentale. Prima di tutto, evitare giustificazioni per un reato di questo genere; secondo, prevenirlo con tutte le forme di azione immediata; terza cosa, quando il reato è consolidato bisogna intervenire duramente»
Catasto, Ici, imposte sulla casa. Temi che costituiscono un’area di conflitto fra gli Enti locali e le associazioni rappresentative della proprietà immobiliare. L’Asppi chiede da tempo il coinvolgimento delle organizzazioni della proprietà nel processo decisionale per la riforma del Catasto, ed il superamento dell’Ici come tributo da sostituire con una imposta sui servizi che incida su tutti i contribuenti, da collegare al federalismo fiscale rivedendo i meccanismi alla base dell’addizionale Irpef, al fine di garantire le risorse necessarie ai Comuni. Crede che su questi punti, che rispettano le esigenze degli Enti, ci possano essere margini d’intesa con le amministrazioni comunali?
«Una riforma condivisa del Catasto, con una ridefinizione di tutto il tema delle rendite, è un elemento fondamentale per generare trasparenza nel settore. Certo, è un problema delicato: la questione dei valori immobiliari va valutata su basi di chiarezza, certezza, aggiornabilità. Oggi ne abbiamo anche potenzialmente gli strumenti, quindi il nuovo Catasto, che consideri il ruolo degli Enti locali e naturalmente rivisto e condiviso con tutte le forze economiche e sociali, è fondamentale. D’altronde, il Catasto vuol dire innanzitutto la conoscenza di tutto il patrimonio, ed è lo strumento per governare questa conoscenza. Penso che sia lo strumento più importante per ogni politica sia di livello generale che di settore. Va riformulato alla luce innanzitutto dell’agire sulla leva fiscale, e va verificato in questa ottica. Io sono convinto poi che ci sia una ragione in più, legata proprio al tema del federalismo: certi tipi di fiscalità vanno portati il più possibile vicino all’utenza in termini di costi-benefici, nel senso che un contribuente è disposto ad una tassazione se vede i risultati di questo contributo riverberarsi sul territorio e sui suoi interessi. Quindi Catasto e federalismo fiscale sono due fari fondamentali in una riforma che rimetta ordine, come dicono tutte le associazioni di qualsiasi estrazione, in un settore che è fortemente sperequato. Abbiamo necessità di riportare trasparenza, ordine e rapporto col territorio».
«Una riforma condivisa del Catasto, con una ridefinizione di tutto il tema delle rendite, è un elemento fondamentale per generare trasparenza nel settore. Certo, è un problema delicato: la questione dei valori immobiliari va valutata su basi di chiarezza, certezza, aggiornabilità. Oggi ne abbiamo anche potenzialmente gli strumenti, quindi il nuovo Catasto, che consideri il ruolo degli Enti locali e naturalmente rivisto e condiviso con tutte le forze economiche e sociali, è fondamentale. D’altronde, il Catasto vuol dire innanzitutto la conoscenza di tutto il patrimonio, ed è lo strumento per governare questa conoscenza. Penso che sia lo strumento più importante per ogni politica sia di livello generale che di settore. Va riformulato alla luce innanzitutto dell’agire sulla leva fiscale, e va verificato in questa ottica. Io sono convinto poi che ci sia una ragione in più, legata proprio al tema del federalismo: certi tipi di fiscalità vanno portati il più possibile vicino all’utenza in termini di costi-benefici, nel senso che un contribuente è disposto ad una tassazione se vede i risultati di questo contributo riverberarsi sul territorio e sui suoi interessi. Quindi Catasto e federalismo fiscale sono due fari fondamentali in una riforma che rimetta ordine, come dicono tutte le associazioni di qualsiasi estrazione, in un settore che è fortemente sperequato. Abbiamo necessità di riportare trasparenza, ordine e rapporto col territorio».
Per concludere, una delle sfide del terzo millennio dei Comuni è quella di promuovere, anche dal punto di vista energetico, uno sviluppo sostenibile delle città, valorizzandone il patrimonio, aumentando la sicurezza urbana e contrastando il fenomeno dei “quartieri artificiali” e degli “insediamenti ghetto”. Crede che questa sfida si possa vincere, e come?
«Innanzitutto credo che ci sia una questione di principio che non può non essere considerata. Da alcuni anni è passata la logica che chi inquina paga, e su questa base fondamentale si è sviluppata una politica di interventi e di servizi rispetto a emissioni, scarichi, luoghi di contaminazione. Io credo che altrettanto si debba fare nell’edilizia residenziale e nei costi energetici. Con le leve a disposizione bisogna favorire chi è virtuoso, cioè chi costruisce edilizia con costi energetici i più bassi possibili deve essere agevolato. Perché il costo energetico dell’edilizia tendente a zero è fondamentale sulla bilancia del costo energetico complessivo del nostro Paese, ma lo è ancora di più se pensiamo al costo dell’inquinamento di certi tipi di combustibili e quindi di contributo all’inquinamento complessivo. Arrivo a dire che c’è un aspetto di dovere nel contenimento dei consumi, nel risparmio, nelle emissioni non inquinanti, ed è quello di non lasciare ai nostri figli una situazione come quella che c’è ora. E’ un dovere morale. Siccome oggi è possibile, allora non bisogna rinunciare a questo obiettivo. Infine, è consolidato che se si realizza un edificio a costo energetico vicino a zero alla fine è anche un risparmio, quindi non si fa un’operazione con costi economici rilevanti e quindi non facilmente sopportabili. In una valutazione complessiva tra costo di realizzazione e di gestione c’è un vantaggio per l’utente finale. Ci sono tutte le condizioni per un impegno fortissimo in questo senso».
«Innanzitutto credo che ci sia una questione di principio che non può non essere considerata. Da alcuni anni è passata la logica che chi inquina paga, e su questa base fondamentale si è sviluppata una politica di interventi e di servizi rispetto a emissioni, scarichi, luoghi di contaminazione. Io credo che altrettanto si debba fare nell’edilizia residenziale e nei costi energetici. Con le leve a disposizione bisogna favorire chi è virtuoso, cioè chi costruisce edilizia con costi energetici i più bassi possibili deve essere agevolato. Perché il costo energetico dell’edilizia tendente a zero è fondamentale sulla bilancia del costo energetico complessivo del nostro Paese, ma lo è ancora di più se pensiamo al costo dell’inquinamento di certi tipi di combustibili e quindi di contributo all’inquinamento complessivo. Arrivo a dire che c’è un aspetto di dovere nel contenimento dei consumi, nel risparmio, nelle emissioni non inquinanti, ed è quello di non lasciare ai nostri figli una situazione come quella che c’è ora. E’ un dovere morale. Siccome oggi è possibile, allora non bisogna rinunciare a questo obiettivo. Infine, è consolidato che se si realizza un edificio a costo energetico vicino a zero alla fine è anche un risparmio, quindi non si fa un’operazione con costi economici rilevanti e quindi non facilmente sopportabili. In una valutazione complessiva tra costo di realizzazione e di gestione c’è un vantaggio per l’utente finale. Ci sono tutte le condizioni per un impegno fortissimo in questo senso».

































